Il paradosso di Rifkin 8


Con grande fatica sono arrivato in fondo al libro “L’economia a costo marginale zero” di Rifkin. Credo che le recensioni negative siano per certi versi perfino clementi: un capitalismo imperniato sulla pubblicità per rendere tutti materialisti ed un’economia liberale che vuol rendere tutti egoisti ed avidi sono gli straw-man di base; il superamento della scarsità (Internet Delle Cose e stampa 3D) senza pensare alla finitezza di materie e tempo, e la confusione tra costo marginale e prezzo senza riflettere su valore soggettivo e costo-opportunità, sono gli errori più grossi. Il tutto condito dal moralismo veicolato nei Commons (concetto usato anche a sproposito, e visto pure come sistema di aggregazione contro il mondo individualista invece che di emancipazione dalla statalizzazione). Peccato; l’evoluzione tecnologica è un fatto che comunque imporrà adattamenti e c’è di che riflettere: nuove tecnologie e sistemi di comunicazione causano nuovi rapporti di scarsità, da cui nuove strutture produttive, valorizzazioni di fattori produttivi (lavoratori inclusi), problematiche strutturali e congiunturali (jobless recovery).

Ho l’impressione che Rifkin abbia concettualizzato una specie di “anarchia organizzata” (si veda la sua fissa su strutture partecipative “laterali”) su una infrastruttura sostanzialmente statale (che lui non vede come concentrazione di potere). Il tutto fa perno sul “costo marginale – quasi – zero” della (ri-)produzione ed sul conseguente prosumer (producer+consumer, agente di produzione diffusa). Rifkin confronta il (prospettico) risultato tecnologico all’analisi economica classica in cui il costo marginale è crescente e detta il prezzo del bene. La figura qui sotto mostra graficamente la diversità dei due mondi.

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Nell’analisi classica l’imprenditore (e il sistema economico) spinge la produzione finché il costo marginale (C’) non sale al livello del costo medio (CM), il che per costrutto accade sul minimo del costo medio, trovando così la quantità da offrire sul mercato (Q*). La visione di Rifkin implica un costo marginale in caduta fino a stabilizzarsi a (quasi) zero, da cui segue che il costo medio dovrà seguirne l’andamento per finire anch’esso a (quasi) zero. Grosso modo, è come se superato un certo livello di produzione l’impresa (e l’economia) dovesse trovarsi sempre nelle condizioni di ottimo, il che è tradotto nella narrazione di Rifkin in una produzione infinita, nel superamento della scarsità, e nell’ingresso nell’era dell’abbondanza (questa, l’ho già sentita…). Come fatto da molti, c’è da chiedersi con quali materie e tempo si possa produrre all’infinito (con i conseguenti problemi di costo-opportunità e quindi allocazione del capitale); sì, Rifkin risolve il punto sussumendo un limite di “sazietà” degli operatori, ma sappiamo per teoria ed esperienza che quanto è o sembra gratis tende ad essere sprecato (sovraconsumato).

 

La mia riflessione è sulla attesa miriade di prosumer impegnati diffusamente e autonomamente a produrre: è davvero il risultato naturale dello schema esposto? Lo schema classico implica che, date n imprese che definiscono il proprio Q*i (semplifico saltando reazioni della domanda e retroazioni sugli schemi di produzione), il mercato presenterà un’offerta totale di Q*i controllata da ogni impresa per la propria quota Q*i /Q*i . Però se ogni prosumer può spingersi all’infinito anche il mercato sarà infinito, e per Rifkin ciò deriverà dalla somma di più offerte infinite (a prezzo zero, ma è un altro discorso); in realtà il risultato dello schema di analisi è un mercato tendenzialmente infinito, che però è possibile anche con UN solo produttore. La discriminante sta nella convenienza del ruolo di monopolista: se, con Rifkin, il prezzo è pari al costo marginale uguale a zero, sembra mancare la convenienza economica; in realtà il prezzo non è mai pari al costo marginale a causa di quella cosina soggettiva detta “valore” che informa il prezzo di un bene ed il suo costo opportunità in termini di altri beni (per i non Austriaci: perché tu hai uno smartphone ed a me non frega averlo?), per cui resta spazio di convenienza economica. Inoltre essere IL produttore “infinito” di un particolare bene può avere un valore strategico che va ben oltre il banale calcolo finanziario.

Esiste quindi spazio per “specializzazioni” – concentrazioni esclusive – nella produzione, la cui mappa potrebbe anche semplicemente discendere da priorità temporale acquisite. Qui vedo la possibilità di una statalizzazione di produzioni ritenute “sensibili” con tutto quel che ne consegue (“se dessimo in gestione al governo il deserto del Sahara, in capo a cinque anni avremmo penuria di sabbia” dissero i Friedman).

 

Analiticamente manca un passaggio che affermi la frammentazione Rifkiniana della produzione (un limQ→+(Q*i /Q*i)=mi o limC’→0(Q*i /Q*i)=mi con mi>0 e mi=1 dove mi=1/n è solo un caso particolare). Non manca invece lo spazio per l’avido capitalismo, o mercato, deprecato da Rifkin: abbiamo strumenti di High Frequency Trading che estraggono guadagni limando al margine e su frazioni di secondo i prezzi dei titoli, e credete che non si trovi come lucrare su costi marginali non nulli ma quasi zero? Inoltre il prosumer può produrre tutto ciò che materialmente gli serve, ma può anche “specializzarsi” in qualche produzione (ratio: non riprogrammare le macchine o intervenire solo minimamente per le “personalizzazioni” resta un vantaggio) per poi scambiarla con quelle di altri; il secondo caso prosegue il mondo odierno fatto di ragioni di scambio (cioè prezzi, con quel che consegue).

Gli annunci della morte del capitalismo per me sono esagerati: non si deve confondere un adattamento quantitativo con una rivoluzione qualitativa. Più rilevante è invece il rischio di standardizzazione (e improvvise nuove “scarsità”) se sarà lo Stato, grazie ai nuovi strumenti, a centralizzare almeno certe produzioni.

 


Informazioni su Leonardo

Sostenitore delle teorie austriache, ma critico dell'ottusa ortodossia. Pubblico articoli e svolgo ricerca economica indipendente. Di lavoro attualmente faccio risk management, e mi metto le mani nei capelli (ma ne ho sempre meno).